Alle 17:58 del 23 maggio del 1992 io avevo undici anni e quasi cinque mesi. Sul divano con me c’era una copia de ‘Il Mastino dei Baskerville’ di Arthur Conan Doyle. Avevo passato la mattina in compagnia dell’A-Team e di MacGyver… cominciavo ad appassionarmi ai gialli e avevo da poco comprato il mio primo Ellery Queen.

Finiva ufficialmente la Guerra Fredda, con la cessione del puntamento reciproco dei missili a lunga gittata tra Russia e USA. La Guerre Jugoslave inzuppavano di sangue i nostri vicini di casa, i cieli erano pieni di caccia che mi facevano alzare il naso all’insù e i telegiornali mi suggerivano la complessità del mondo e delle verità di ciascuno.

Quando però seppi dell’attentato di Capaci capii che ci sono verità superiori, verità che vanno oltre all’opinione, a quella che chiamiamo oggi ‘polarizzazione’. La verità della coscienza che solo molti anni dopo riscoprii come puramente razionale. Perché quella che chiamiamo bontà d’animo, equanimità, onestà, è frutto del più alto pensiero che l’uomo possa produrre per l’uomo.

Oltre al giudice Falcone, quel giorno morirono la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Giuseppe Costanza, Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello sopravvissero, ma la loro vita non fu più la stessa. Ne cominciò un’altra.

L’anno scorso, grazie alla lungimiranza e all’impegno sociale di Search On e del Web Marketing Festival ho avuto l’occasione di conoscere Angelo Corbo, il direttore Cusimano che raccontò quella giornata a tutta Italia, Giovanni Paparcuri (anche lui autista di Falcone e sopravvissuto all’attentato del Consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici dell’83) e Roberta Iannì, figlia di Carmelo, albergatore ucciso nell’80.

Con loro c’era il mio amico e padrino letterario Piergiorgio Di Cara, e c’era suo fratello Tiziano, padre illuminato dell’app NoMa (che vi consiglio di scaricare oggi).

Oggi voglio ricordare quella giornata, mentre ricordo Falcone e la malattia sociale che ce l’ha strappato via insieme a tanti, troppi altri; un morbo innaturale, involutivo, irrazionale, selvaggio, che spesso i miei colleghi narratori – soprattutto televisivi – sono troppo morbidi nel raccontare.

La mafia ci continua a minacciare, e ancora più della criminalità organizzata ci minaccia la mafiosità a cui ciascuno di noi può cedere in qualunque momento.

Tenete i cervelli accesi insieme al cuore e continuate a combattere. 

Non fatelo per Falcone, fatelo con lui. Lui come tutti gli altri, morti e sopravvissuti, che ogni giorno ci danno un esempio e ci dimostrano che l’essere umano può essere all’altezza di questo nome. Un uomo capace di stare insieme agli altri senza violenza, senza minacce, dalla parte della razionalità che deve essere legalità, e deve essere Stato: non è difficile, significa solo avere il coraggio di stare insieme e costruire un mondo fatto di diversità, guidato dalle verità della coscienza.

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