Perché uno scrittore di gialli dovrebbe parlare di cronaca nera in televisione?

Perché bisognerebbe poi parlare di cronaca nera?
Non siamo forse arrivati al limite di sopportazione della spettacolarizzazione del dramma? Non rischiamo di trattare la cronaca nera come il calcio, di finire per rivedere la moviola dell’omicidio davanti allo schermo televisivo?

Dicono che fosse Churchill l’autore della celebre battuta riguardo agli italiani, che trattano la guerra come il calcio e viceversa.
Come sceneggiatore (e anche come giallista) io vivo per lo più di due domande. No, queste domande non sono né «chi è stato?» né «cosa l’ha ucciso?» Assolutamente no. Queste sono eventualmente risultati di un ragionamento che parte sempre da altro, da queste due domande: «perché è accaduto questo fatto?» e da «come è potuto accadere?».
Non chi, non cosa. A questo arriveremo dopo, perché di fatto queste ultime domande comprendono le prime. Dunque, perché un giallista dovrebbe parlare di cronaca in televisione?

IL GIALLO È UN ROMANZO MORALE?

Perché la narrativa gialla intesa nella sua accezione più tradizionale è di per sé una narrativa morale.
Non fraintendetemi, non è una narrativa moralista, ma morale. Lo è in senso positivo quando porta il discorso nel teatro pirandelliano-vittoriano del gioco delle parti mirando a scoprire i vizi della nostra società – borghese ormai solo per finta, solo su Instagram, – e che ha la necessità di scoprire le proprie carte per riconoscersi nella spesso aberrante alienazione in cui vive.
Lo è nella sua confezione più violenta e criminocentrica del cosiddetto noir in cui abbiamo a che fare con antieroi, con uomini e donne che scelgono quella che De Andrè chiamava ‘La cattiva strada’, e spesso devono fare scelte anch’essi per il bene o il male (il loro, o di chi amano, il bene comune spesso è fuori da questo discorso nel noir).

Chi scrive storie di questo tipo ha una responsabilità profonda e gioca un gioco di equilibrismo ed escapismo allo stesso tempo.
Evadiamo dalla realtà per tornarci sperando d’imparare qualcosa in più di noi stessi e dei nostri limiti, camminando sul filo di questi limiti, ponendoci le domande che non vorremmo mai porci.

E tu? Uccideresti? Ruberesti? Feriresti? Tradiresti?
Avresti il coraggio di guardare negli occhi la verità col rischio che questa – la verità gira sempre armata, – ti piantasse la sua lama lucente nel petto, all’altezza del cuore?

Nel caso del noir municipale italiano affondiamo spesso le mani nelle radici marce delle nostre città. Amiamo distrarci (escapismo) con i birignao del dialetto locale, delle piccole e grandi storie dimenticate del centro o della periferia, ma quello che facciamo è sempre e comunque puntare il dito sul delitto, sia questo immaginato oppure no.

Non c’è giallista che non si guardi sempre attorno, non c’è narratore che racconti ciò che non conosce.
Noi esploriamo territori morali, creiamo uomini e donne che ci ballino sopra la taranta infernale della vita e della morte. In quei personaggi c’è sempre qualcosa di ci permette di riconoscerci, c’è un po’ di tutti loro dentro di noi. O meglio il contrario. C’è in noi qualcosa di loro, perché questi personaggi sono dei contenitori di umanità.
Giocare con questi contenitori morali, con questi pupazzi che prendono vita grazie all’urgenza della ricerca, grazie alla foga della drammaturgia, all’energia della verità che ognuno di noi mette in essi, concede al narratore una visione ad ampio raggio. Non sa, ma guardandosi attorno si chiede. Non ha una certezza, esplora ogni possibile strada nel giardino dei sentieri che si biforcano.

Che senso ha parlare di realtà, quando possiamo parlare di finzione, dunque?

Semplice, date le premesse. Noi parliamo di finzione, spesso, per parlare di realtà. Lo scrittore di gialli allora, parlando di cronaca nera attraverso un mezzo popolare come la televisione fa l’opera al bianco, svela il gioco delle parti, ma si porta dietro ciò che gli ha insegnato il primo passo dell’alchimia che ha messo in atto nei romanzi. Porta con sé compassione e umanità, desiderio di comunicare e negoziare una realtà. La ricerca di una credenza comune, un comune senso di Uomo.

Il motivo per cui raccontiamo le storie non dovrebbe essere lo share, ma la costruzione di una verità negoziata. E il narratore lo può fare in un unico modo, con il suo linguaggio, con le sue storie, e riportando il discorso alle domande fondamentali.
Perché?
Come?

Lontano dai processi dei giudici mediatici, dalle dita puntate contro questo o quello, lontano dal bar sport in cui a volte si rifugia qualche Sherlock Holmes improvvisato tra i canali della sera.

Bisogna entrare dentro i meccanismi dell’animo umano, se si vuole parlare di cronaca nera e di fatti delittuosi. Bisogna stendere e ritrarre continuamente la rete delle parole, raccogliendo i fatti, tenendoli insieme con l’ingenuità di un bambino che gioca con i mattoncini, senza paura di dover ricominciare a costruire daccapo. Bisogna provare e riprovare finché la costruzione non si reggerà in piedi e potrà indicare un riparo a chi cerca un senso per cose insensate e irrazionali che l’uomo è in grado di fare. Tradimenti, frodi, furti, omicidi.

Siamo tutti esposti ai limiti che troviamo raccontati nei gialli, su quei limiti balliamo la taranta insieme ai personaggi creati dal narratore e lo facciamo con frenesia, con spirito d’impresa, come chi si gode il suo turno sull’ottovolante. Eppure quando le stesse cose capitano nella vita vera, al nostro vicino di casa, quell’ebbrezza scompare: rimane solo una curiosità che diventa quasi morbosa.

Il narratore conosce quella curiosità, è la curiosità dell’animo che esplora il limite. Il narratore sa come rendere quel limite visibile, pensato, umano, allontanando l’irrazionale frenesia che ci rapisce, puntando la luce invece sull’umanità dietro al fatto piuttosto che sulla bestia ferita che spesso emerge dentro di noi quando viene aperta una ferita nella nostra fragilissima società.
L’umanità su cui si punta deve essere quella delle vere persone che hanno superato il limite, che mette alla prova la nostra.
La cronaca nera, l’attualità, per quanto spettacolarizzate – si dovrebbe porre un freno etico ad alcuni pessimi esempi di televisione, – se trattate invece con cura, se prese ‘a cuore’, permetterebbero ancora una volta che certe storie non venissero dimenticate, che certi casi non passassero in sordina, che certe verità venissero esplorate.
Questo non perché la magistratura non sia in grado di fare il proprio lavoro, e nemmeno perché i cosiddetti esperti (per paradosso, solo un killer professionista è davvero esperto di delitti) ribaltino improvvisamente un caso, scoprano un nuovo assassino o semplicemente commentino le scelte degli inquirenti. Contesto, possibilità, e una finestra sempre aperta sull’interpretazione dei fatti, ecco quello che bisognerebbe restituire al pubblico.

MASS MURDER MEDIA

Questo è ancora il compito dei media di massa, secondo me. Perché nel momento in cui passerà un pensiero unico, e l’opinione pubblica attenderà il giudice di turno in diretta tv sarà la fine delle trasmissioni.

Il web non sarà la soluzione definitiva alla necessità di parola che tutti sentono di avere. Da un lato si stanno creando anche lì canali di massa, dall’altro si tratta di un contesto in cui le nicchie si moltiplicano e di fatto viene spesso meno un reale (verificabile) confronto tra pensieri differenti per colpa delle cosiddette ‘echo chamber’, non-luoghi dove tutti la pensano allo stesso modo e chi la pensa differentemente viene semplicemente sbattuto fuori, o bullizzato.
In tv teoricamente non lo puoi fare. Anche se alcuni esempi negativi mi vengono in mente.

Per quel che mi riguarda, ben venga il contributo di chi ragiona al di fuori della ‘scatola’. Ben vengano i viaggiatori di mondi, gli esploratori dei limiti. A una sola condizione. La stessa che mi pongo ogni volta che entro in uno studio televisivo, che parlo in pubblico o a una classe: essere umani.

Hominem te memento, dicevano i latini.
Mai strumentalizzare, perché la vita non è un giallo, eppure c’è un po’ di giallo nela vita di ciascuno di noi.

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