UNA FIABA OSCURA

Lo scrittore in giallo è una serie di racconti che ho deciso di pubblicare mensilmente. Sono delle commedie gialle. Nascono sulla scorta del mio amore spropositato per il giallo anglosassone – quello che in America chiamano whodunit, il giallo deduttivo – e per le atmosfere tipiche del mystery, a cui ho voluto mescolare la leggerezza della commedia. Perché dopo la prima fase gotica e romantica del genere, il giallo puro rinasce come farsa nei primi del secolo scorso, come smascheramento dei vizi e delle debolezze della nostra società e come romanzo morale. Quasi fosse un’oscura fiaba moderna. Quale fiaba d’altronde non è oscura?

Bisognerebbe essere più precisi nei termini. Si parla spesso di morale, ma per quel che mi riguarda si tratta più di un’indagine sull’etica. La morale assume che ci siano posizioni assolute riguardo al bene e al male, posizioni preconcette di origine spirituale e di natura innata. In pratica nasciamo buoni perché da dove veniamo esiste solo il bene. Non so voi, ma io vengo da Bologna. Dove fossi prima di nascere non me lo ricordo proprio. 

L’etica invece pensa che bene e male siano concetti che bisogna indagare, problemi costanti che bisogna ridefinire attraverso la riflessione e l’uso della nostra ragione. Insomma, il bene dev’essere razionale, frutto di un pensiero. 

Ordine, signori

Ed ecco che arriva il teatro del giallo, in cui si mettono in scena le peggiori pulsioni della nostra società e del nostro intimo e dall’altro lato si cerca – grazie proprio alla figura di un ricercatore, di un pensatore, in questo caso un investigatore, – di risolvere la questione cercando una ricostruzione della frattura creata nel supposto ordine sociale. 

Un omicidio di cui si trova il colpevole non fa resuscitare la vittima, ma ristruttura in qualche modo il tessuto, la percezione di una realtà in cui il crimine non resta impunito, in cui la ragione dell’investigatore supera l’irrazionalità del criminale. Il crimine è spesso ben pensato, non mi fraintendete, ma il genere ci porta a interrogarci sull’origine del pensiero criminale, che parte sempre da un presupposto irrazionale: l’impunità, l’assenza di un ricercatore della verità, il disinteresse nei confronti del prossimo.

Punire chi fa qualcosa contro la legge, chi uccide o ruba, non basta al giallo. Bisogna aprire uno spazio di confronto, entrare nelle relazioni. Convincere che ciò che è stato fatto è un male non solo perché può essere punito dalla legge, ma perché è sempre frutto di una mancanza, di una debolezza, della depravazione del nostro pensiero. 

Nulla di divino, anche se alcuni grandi esponenti del genere sono stati sacerdoti come Chesterton o Ronald Knox. D’altronde era il novecento, si passava dalle candele alle lampadine. Il soprannaturale era ancora un conforto quando non era un anelito. La scienza muoveva i primi passi verso lo slancio che ci avrebbe portato ai computer quantistici.

Morale vs etica

La morale attinge all’assoluto che non possiamo toccare con mano, ma l’etica riguarda la nostra quotidianità e il rapporto che abbiamo oggi con gli altri. E questa sì, la tocchiamo con mano ogni giorno.

Non si tratta della spada di Damocle virtuale di una punizione ‘dell’altro mondo’, di cui non abbiamo certezza, ma la certezza di una punizione in questo. Che si tratti della punizione inflitta dalla società, o della inevitabile catena di depravazione che un comportamento ‘corrotto’ può spesso portare. 

Il giallo è un romanzo etico, dunque. Tant’è che se andiamo all’origine dell’utilizzo del termine ‘morale’, sbattiamo contro a Cicerone che di fatto aveva cercato una traduzione latina proprio per questo termine. ‘Mos’ significa ‘costume’, nel senso di comportamento, di etica.

il giallo e il nero

Negli anni poi il genere è diventato anche altro, ha esplorato l’oscurità più profonda dell’animo umano, a volte rifugiandosi nei cliché senza chiedersi se il contesto della narrazione fosse appropriato a maschere negative che poi sarebbero state inevitabilmente eroicizzate. Non parlo dei ladri gentiluomini come Lupin o Simon Templar, ma dell’arrivo del romanzo criminale, ovvero dello spostamento dell’asse della storia verso i personaggi che normalmente sono considerati antagonisti della società. A volte questa riflessione è stata uno straordinario esercizio di riflessione etica, ma con la popolarità del genere si è arrivati anche a una forte semplificazione di un argomento molto complesso come la corruzione del male dal punto di vista del corrotto.

Il giallo questa riflessione la faceva prima del nero, ma mantenendo l’attenzione sull’esempio positivo – per quanto malandato, o ironico, o stralunato – dell’investigatore. E lo fa ancora, ma a un patto, che è il patto alla base della narrazione più pura: mantenersi sempre un po’ distaccati dal piano della realtà, in modo da rendere le storie simili a un teatro per lo spettatore. Cosa che spesso la drammaticità e l’orrore di certe storie nere, intrise di realismo e di ‘tratto da una storia vera’ non permette di fare, con il rischio che al lettore non arrivi questo fondamentale scarto dalla realtà. Perché una storia di fiction riesce a diventare una palestra per il nostro pensiero quando non è più cronaca, quando ci allontana abbastanza dalla paura reale per poterla vedere con uno sguardo diverso. Più riflessivo, per l’appunto. 

Questo va fatto senza perdere il lettore, senza dimenticarci che i personaggi devono essere vivi, che chi legge deve sentire il formicolio sulla punta delle dita dello scrittore, le labbra secche del protagonista prima di bere quello che potrebbe essere l’ultimo sorso d’acqua della sua vita. Il sudore sulla fronte, il battito che accelera, la mano dell’assassino mossa dalla febbre e dalla rabbia.

Per questo dopo anni di noir, mi sono accorto che ho sempre fatto giallo. Questione di colori, se volete, se siete di quelli che considerano i generi soltanto un’invenzione del mercato. Ci sono però forme della narrazione, e queste forme corrispondono a una sostanza del messaggio, a una responsabilità che ci si prende.

Io, in questo caso, mi prendo la responsabilità di trovare sempre l’assassino. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *