Vuoto

Oggi mi sono ricordato di una vecchia storiella Zen, un kōan.
Parla di un pensatore che arriva al monastero per ricevere gli insegnamenti sulla Via della Liberazione.
Il Maestro invece gli versa un tè, e quando il pensatore gli fa notare che la tazza è piena e il tè caldo gli sta finendo tutto sulla mano, il maestro sorride e dice: «Vedi, la tua mente è come questa tazza.»
Ecco, oggi è riaffiorata questa storia, che sembra banale, ma non lo è. Come molte cose sto sperimentando. È strano come ci capiti di vedere davvero qualcosa, di osservarlo, solo quando stiamo alla giusta distanza.
Io non mi ero accorto di avere una vita caotica fino a che non ho abbassato il volume. Ero troppo impegnato per poter ascoltare, troppo distratto per osservare. E dire che mi ritenevo uno di quelli bravi a farlo.
Poi un giorno, ho preso la manopola del volume e l’ho abbassata. Piano, piano. Senza esagerare, un po’ per volta.
È proprio vero che solo quando siamo sdraiati a terra possiamo vedere il cielo. Solo se siamo capaci di fare spazio nella nostra vita possiamo davvero dare una collocazione migliore a ogni cosa. A ogni emozione. A ogni persona.

Persino al tempo.
Il tempo, che è una dimensione strana; sembra un gioco di parole, ma se al tempo non dai spazio, finisce che è lui a collocare te. E di solito ti mette all’angolo. Non in un angolo qualsiasi. Quello da cui non sembra esserci via d’uscita.
Bisogna dare spazio al tempo, mi sono detto. E qui penseremmo tutti che sia impazzito, ma grattando via la patina della sinestesia, dell’inciampo dei termini, scopriamo un senso profondo dietro a una banalità.

Il vuoto non porta a una mancanza, il vuoto permette a un contenitore di riempirsi. Perché un contenitore già pieno, non ha spazio. Ha esaurito la sua funzione.

Svuotarsi non significa rinunciare alle cose che abbiamo, ma fare più spazio per quelle che contano veramente.

Il vuoto può essere una liberazione. Se ci presentiamo al Maestro – che siamo noi stessi, – con la tazza vuota, forse riusciremo a bere quel tè.

 

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