L’avventura dei Musei di Pieve

L’avventura dei Musei di Pieve

Vi è mai capitato di leggere sul dizionario la definizione della parola ‘fine’?
Io ho sempre avuto qualche riserva. Cioè, quella è una delle parti del dizionario che di solito preferisco saltare [sì, sfoglio spesso il dizionario], come quando ci sono certe parti nei romanzi che sono noiose o troppo truculente. Salto quella parola, e salto alcune parole di parassiti che mi fanno schifo, come ‘filariasi’.

I finali non mi stanno simpatici. Ed è una bella confessione, visto che dovrei occuparmene di mestiere, dopo anni di storie raccontate.
Sì, ci sono finali che giustificano anni di serie televisive fatte di alti e bassi. Ci sono finali di film che ci commuovono dopo averci fatto ridere, o viceversa. La maggior parte dei finali, però, sono solitamente deludenti. Tipo quello di Lost. Mosci, scontati, oppure patetici. E poi hanno quel difetto, i finali. Il fatto che dopo di essi quell’esperienza non continuerà.

L’etimologia ci ricorda che ‘fine’ deriva dal latino ‘finem’, che a sua volta ha come radici ‘find’ o ‘fid’ che ha il senso di dividere o recidere.

E forse è una questione psico-filosofica. Gli esseri umani hanno questo problema con la mortalità delle cose e di sé stessi, coi confini del loro mondo che non gli bastano mai… Gli essere umani cercano sempre di andare oltre la fine.

A volte, un’esperienza finisce proprio perché vogliamo andare oltre quella stessa esperienza. Vogliamo vedere cosa c’è dopo, e che effetto ci fa. Siamo nati esploratori e frignoni allo stesso tempo. La ruota gira e uno dei due prima o poi ha la meglio. Frignone o esploratore?

Insomma, io ho scritto la parola fine molte volte nella mia vita, ma non mi ci abituerò mai. L’ho sempre fatto per andare oltre, perché il compito dei miei personaggi era concluso, perché la storia che stavo raccontando aveva esaurito la sua parabola. Perché il mio lavoro, qualsiasi esso fosse, era completato.

Comunque sul dizionario c’è scritto che ‘fine’ vuol dire “il punto ultimo come cessazione o limitazione definitiva”. Così, quando mi sono detto che il mio lavoro al Comune di Pieve di Cento era giunto alla fine, mi è venuto un gran groppo in gola.
museo storie pieve

I numerosi significati della parola ‘fine’

La parola ‘fine, però, può indicare anche l’esito, il risultato, la riuscita.
Quando nel 2015 sono arrivato a Pieve di Cento, paese che frequentavo saltuariamente da quando avevo quindici anni, ci arrivai perché c’era la possibilità di scrivere qualcosa sulla sua storia. Era un’idea sviluppata nell’ambito delle azioni di riqualificazione dei beni culturali dopo il sisma del 2012.

Fermi tutti. Sfumiamo al nero. Flashback. Torniamo a quei giorni di terremoto: le notti insonni, le giornate passate a visitare le ‘zone rosse’ documentando la tragedia dell’Emilia ferita, che sanguinava di corpi inerti sotto macerie innecessarie, che perdeva pezzi di memoria, di cultura, d’arte.

Ricordo quando accompagnai Gianmarco D’Agostino [amico e regista] proprio a Pieve, perché filmasse lo svuotamento della Collegiata di Santa Maria Maggiore, il giorno in cui il crocifisso miracoloso e l’Annunciazione del Guercino vennero ospitati negli spazi del Museo Magi900.
Lo ricordo, perché c’ero, anche se in disparte. Facevo quello che mi sembrava giusto fare, in quei giorni. Eravamo tutti in disparte, messi in un angolo dai coppi piovuti a terra, dagli armadi sventrati, dai tetti aperti come bocche urlanti spalancate al cielo. Raccontavo quei momenti. Perché raccontare è sempre stato il mio mestiere. Il contributo che potevo dare.

Così nel 2015, la fase di ricostruzione di Pieve di Cento era già piuttosto avanti, e parlando in riunione col Sindaco e la persona che mi aveva invitato lì, Graziano Campanini, scoprii che ero entrato per un libro, ma che in realtà c’era bisogno di un museo. Me ne tornai a Pieve due mesi dopo. Avevo con me uno studio di riqualificazione e ri-mediazione digitale di una settantina di pagine, in cui ipotizzavo un nuovo concetto di museo civico che avvicinasse le tecnologie alle persone. Perché nelle persone vedevo il centro della narrazione civica di un luogo e della sua storia. Prendendo come modello il People’s History Museum di Manchester, dunque, venni incaricato di ripensare e riallestire il museo civico di Pieve, nella Rocca trecentesca. E ce la facemmo. Fu grazie all’aiuto di Graziano e all’apporto instancabile di Gianni Cavicchi [una persona stupenda, ragazzi… che come assessore alla cultura tanto ha fatto per il paese e le sue eccellenze, e che tanto continua a fare come cittadino ed esperto di storia e tradizione locali].
Morale della storia: riuscimmo in pochi mesi a fare qualcosa di completamente nuovo sul solco comunque dell’importante tradizione di valorizzazione dei beni culturali pievesi. Ah, e usammo le immagini girate da Gianmarco D’Agostino, per il museo, chiudendo un cerchio lungo tre anni.
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Il lavoro a Pieve di Cento e il Museo delle Storie

Poi com’è andata? È andata che studiando Pieve di Cento me ne sono innamorato, che sono rimasto conquistato dalla sua storia, dal suo patrimonio, dalla sua piccola bellezza.
Mi ci sono trasferito e mi ci sono sposato.

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E il museo nel frattempo è andato bene, così mi è stato chiesto di restare in ufficio. E sono restato. Abbiamo allargato lo spettro del lavoro secondo l’ipotesi dello studio del 2015 fino a rendere concreto il progetto del ‘Quartiere delle Arti’: il nuovo polo di servizi per il turismo, l’arte e la cultura situato in oltre 15.000 metri quadri all’ingresso del paese, sulla provinciale. Ho visto l’ufficio tecnico fare miracoli in questi anni, grazie alla guida del suo timoniere Stefano Matteucci.

Il Museo delle Storie di Pieve è diventato il primo museo civico di Digital Storytelling dell’Emilia-Romagna e i musei pievesi hanno triplicato i loro ingressi in un anno. Soltanto l’inizio, perché le azioni che abbiamo messo in pratica per aumentare la percezione dell’offerta turistica del paese sono passate attraverso molte altre iniziative.

Pieve è un bel paese, come recita una canzone dialettale. E lo sapeva bene il Sindaco Sergio Maccagnani, che all’inizio del suo secondo mandato si è trovato ad affrontare una sfida più grande di lui, più grande di tutti noi. La ricostruzione dopo il terremoto, durante una delle più dure crisi economiche che il mondo intero avesse mai esperito. E lasciatevelo dire, Sergio si è fatto più grande di tutti noi per mantenere la parola data ai cittadini. Ha fatto quello che ogni buon primo cittadino avrebbe dovuto fare. Sono fiero e profondamente grato di avere lavorato con lui e la sua squadra, di avere condiviso la sua visione e di avere dato il mio contributo a questa piccola bellezza.

Dovevo lavorare a Pieve per sei o sette mesi, e alla fine – sì, alla fine, – ci ho lavorato per quasi tre anni, occupandomi della riqualificazione e dell’inaugurazione di luoghi straordinari, come Porta Cento e la Chiesa di Santissima Trinità, rilanciando il marchio territoriale di Pieve Città D’Arte e trovando anche il tempo per aiutare i pievesi a coinvolgere con un geyser sound uno dei giocatori della nazionale di calcio islandese nella storia, anzi nelle storie di questo incredibile piccolo paese. Un paese piccolo e grandissimo allo stesso tempo. All’ultima inaugurazione che abbiamo fatto, poche settimane fa, c’era il Presidente delle Repubblica.
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Ogni uscita è un’entrata in un altrove

Sono stati anni molto impegnativi, ma anche importantissimi per me e per la mia nuova famiglia. Tutte le cose, però, hanno una fine. E dico una fine, non la fine. Per me ci sono nuovi impegni all’orizzonte, nuovi progetti che non vedo l’ora di condividere con voi che state leggendo, e con quello che adesso è diventato il mio paese, la mia casa.

I ringraziamenti li ho già fatti personalmente a chi mi ha aiutato durante la mia parte di lavoro nelle riqualificazioni. Permettetemi di rinnovarne uno soltanto, a costo di sembrare patetico. Perché i finali ve l’ho detto che sono così, un po’ patetici.
Voglio ringraziare la donna che con la sua intelligenza e il flusso costante del suo amore mi ha permesso di fare tutto questo, compreso di sposarla.

Grazie Elisa, ti ho fatto alcune promesse quando ci siamo sposati nel teatro storico che sta all’interno del Municipio di Pieve. Ora ne aggiungo qualcun’altra. Ti prometto di non smettere mai di costruire, di non impigrire o invilire mai la mia mano e la mia mente. Ti prometto che per il nostro amore, però, non costruirò mai un museo: non ce ne sarà bisogno.
Ti prometto che continuerò a raccontare storie, anche se ogni storia che ho raccontato fin qua, mi sembra d’averla raccontata solo per ingannare l’attesa di poter vivere la nostra.
E ora? Volete sapere cosa succederà adesso?

Niente spoiler.

Una certezza è che Pieve non si sposta da qui. E le riqualificazioni continueranno nel solco tracciato, fino all’apertura della nuova Pinacoteca Biblioteca Multimediale nelle splendide ex scuole elementari di fine ottocento. Continuate a visitare questo paese straordinario e venite a godervi la sua piccola bellezza, magari durante una delle quarte domeniche del mese, fra mercatini dell’antiquariato e musei aperti. O a settembre, durante la tradizionale e apotropaica Festa dei Giovani.
Io mi godrò la piazza in cui ho preso casa e proseguirò a raccontare nuove storie. Qui e qui, vi parlerò un po’ più spesso di me, delle mie passioni e di una montagna di altre cose.

Perché siamo tutti storie, alla fine. Facciamo in modo che valgano la pena d’essere raccontate.