Il noir parla sempre di cicatrici

Il noir parla sempre di cicatrici

La mia città è una ferita.

Parliamo di Bologna

 La mia città ha delle ferite, alcune sono ferite aperte, che ancora sanguinano e stentano a rimarginarsi. Per altre invece, forse è peggio. Ci sono ferite della mia città che si sono cicatrizzate e fanno più male quando il tempo cambia. E i tempi, si sa, cambiano spesso. Sembrano immobili, questi tempi, sembrano dormienti come orsi in letargo, sembrano sempre così, uguali a se stessi.

Invece sono dormienti, sì, ma come cellule terroristiche, come malattie virali, sono tempi sopiti dietro la frenesia immobile del bolidismo comunicativo nel quale ci costringono i nostri smartphone. Condividiamo, piacciamo, twittiamo, instagrammiamo, e intanto il mondo cambia e noi non lo vediamo. Quando le piazze della nostra città sono in fiamme noi che facciamo? Le filtriamo attraverso lo schermo del nostro smartphone, le riprendiamo, facciamo una foto per il nostro profilo. Siamo troppo impegnati a far parte del cambiamento, per viverlo davvero. Siamo inconsapevoli strumenti di un click.

La premessa, oltre la storia

Una premessa interminabile, per arrivare a presentare un bell’esempio di fare narrativa d’intrattenimento che ogni tanto esita piacevolmente nella cosiddetta ‘narrazione civile’.
Ci è riuscito in gran parte Fabio Mundadori, col romanzo L’altra metà della notte” (Damster) che abbiamo presentato insieme pochi giorni fa. Un romanzo che per certi versi si rifà alla tradizione del romanzo giallo/noir bolognese, seguendo strade buie già percorse da Loriano Macchiavelli su tutti, e che senza parlare della Strage della Stazione di Bologna del 1980, riesce a comunicare con più di un brivido le emozioni che un bolognese cresciuto con la tara ‘genetica’ dello stragismo può provare.

Non si parla di chi è morto in quel terribile 2 agosto del 1980, ma di chi è sopravvissuto; e di come, a quale prezzo, sopravvivere a un evento di questa portata ci cambia.

Cambia i protagonisti e i comprimari. Cambia le città come il Paese, e segna profondamente il respiro di un popolo che fino a pochi anni prima era considerato uno dei più ospitali d’Italia. Com’è cambiata Bologna? Quali scheletri nel suo armadio fanno capolino dall’anta rimasta socchiusa?
Fabio ha costruito una buona trama attorno a una Bologna lontana dal poliziesco procedurale, in cui le emozioni sono al centro della storia, e questo mi ha provocato più di una riflessione. I personaggi stessi sono vettori di una emotività nella quale è difficile non rimanere impigliati, e quando la trama si snoda qualcosa di quelle emozioni viene risolto. Anche dentro il lettore.

ansa - strage bologna - Il lavoro dei soccorritori subito dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980, in una foto d'archivio. ANSA

Bologna non uccide?

C’è un commissario con un passato impossibile da dimenticare, una giovane assistente che è disposta a tutto per scoprire la verità; ci sono giornalisti senza scrupoli e storie di ordinaria mediocrità.Poi c’è una serie di morti che apparentemente non sembrano legate le une alle altre. E come capita spesso nei gialli, succede quello che vorremmo accadesse anche nella realtà. Dietro a disperati suicidi si intravede la mano di un’intelligenza organizzatrice, l’opera insidiosa di un assassino, che nelle pagine del romanzo prende il nome di ‘suicidatore’.

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E intanto, lo spettro degli anni della Strategia della Tensione, torna a scuotere le sue catene nell’androne della Questura di Bologna, ricordandoci che quel giorno siamo esplosi tutti, e che insieme alle vittime ignare di quella spregevole strage fascista, è la nostra stessa città che si è frammentata e che ancora sta rimettendo insieme i suoi pezzi.