Ho letto “Il guardiano del parco” di Franco Trentalance e Marco Limberti

Ho letto “Il guardiano del parco” di Franco Trentalance e Marco Limberti

È passata l’ora di cena. Avete messo a letto i bambini? Perché devo raccontarvi una storia dell’orrore. Certo, i bambini di orrore e paura ne sanno molto più di noi. Le loro storie, nell’età delle storie, sono piene di orchi e di foreste oscure, in cui spesso i protagonisti vengono braccati da forze malvagie.
Questa però è la storia di un’amicizia. Dell’orrore.

La mia amicizia con un uomo intelligente e sensibile col quale abbiamo passato molte ore a scrivere. Anche di orrore.
Scrivere, attività che per me era un lavoro e per lui era un hobby; l’opposto esatto di quello che era il suo lavoro all’epoca per me.
Sto parlando di Franco Trentalance – Quello Vero (la pagina ufficiale si chiama così) e di vero Franco ha tutto. È un uomo trasparente, non solo perché per anni l’avete visto senza vestiti. Col tempo l’avete notato in tanti e in tante, quanto Franco riesca a trascendere la sua storia professionale facendone un valore in grado di arricchire il confronto con qualunque tipo di pubblico.

Con Franco l’amicizia è nata diversi anni fa, quando a una cena mi avvicinò insieme a Marco Limberti – avete presente Love Bugs? – e mi disse, a denti stretti, come fa lui, come un duro del cinema degli anni ’40: “Tu hai la faccia giusta per recitare in un film con me…”
Conoscevo Franco come una delle star mondiali del porno, quindi potete immaginare la mia reazione. Sputai il lattementa che stavo bevendo sbrodolandomi la giacca verde – quindi per mia fortuna non si vide granché, – e tossicchiando gli feci notare che forse, cioè nonostante mi sentissi onorato, cioè non pensavo che fosse proprio proprio la faccia quello che avrebbe potuto permettermi di recitare in un film con lui…
Marco e Franco si misero a ridere, come tutto il resto della tavolata. Forse c’era anche Carlo Lucarelli quella sera. Possibile? Nel caso sicuramente mi stava già tirando le orecchie bofonchiando un “bortolooootti”. Bene, Franco diede un’accettata netta a quel momento topico, che avrei poi raccontato durante innumerevoli altre cene. La diede sorridendomi con le lame dei suoi occhi, che hanno proprio il colore dell’acciaio, e disse: “Ma non è mica un film porno, sai? È un film dell’orrore e tu hai la faccia perfetta per fare lo sfigato che muore vittima del Guardiano del Parco!”
Ecco. Quello è stato il mio primo incontro con il soggetto da cui poi, Franco e Marco, hanno tratto il romanzo che sto leggendo in questi giorni.
Girammo, ma questa è una storia che magari vi racconterò un altro giorno, sempre dopo che i bambini saranno andati a letto.
Franco mi segò una gamba finta con una vera motosega, io recitai la parte dello sfigato con grande soddisfazione di tutti – cosa che mi riesce parecchio naturale, – e passai una bellissima giornata in compagnia della mia co-protagonista Elena Grimaldi. Anche lei deliziosa e simpatica, avrebbe avuto poi il suo posto al sole e una storia tutta sua.
Quel che conta e che volevo dirvi è che Franco poi l’avete visto ne “La Talpa”, l’avete letto nel suo “Tre giorni di buio” scritto con Gianluca Versace e nella sua autobiografia “Trattare con cura”. In questo nuovo romanzo Franco mette a fuoco gli strumenti del genere e crea un bel contesto da slasher americano.
Un genere non facile da adattare alla forma romanzesca, ma grazie all’appeal visivo della scrittura che hanno scelto lui e Marco – che di visivo s’intende parecchio, – si fa leggere che è un piacere.
Il mio però è un parere interessato, sono ricordi d’infanzia, dei bei tempi in cui mi facevo seppellire una gamba nella sabbia per sostituirla con una finta. E d’altronde, quando si parla di paura, che differenza c’è fra vero e falso?

Plauso ai direttori di collana Gianluca Morozzi e Alessandro Berselli, che tanto con me hanno condiviso. Che cosa? Soprattutto paura, ovviamente. Quel genere di paure che a raccontarle divertono, appassionano, e ti fanno sempre capire qualcosa di come funziona la scatola di carne nella quale a volte ti senti imprigionato. Quel genere di storie che vista l’aria che tira bisogna continuare a raccontare, perché ci permettono di riconoscere i veri mostri che sono ancora dentro di noi. E li possiamo vedere ogni tanto fare capolino. Non usano la motosega, ma la tastiera dello smartphone, scrivono al posto nostro sulle bacheche, vanno a votare alle elezioni, e un giorno chissà, potrebbero prendere il sopravvento se non impariamo a conoscere l’odore che hanno. Che poi è sempre l’odore della paura.

Il romanzo s’intitola “Il Guardiano del Parco” ed è edito da Pendragon.

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