Confessione

Una vera filosofia è sempre una confessione.Giuseppe Prezzolini

Uno scrittore di fiction è abituato a parlare di sé dietro le maschere dei suoi personaggi. Lo facciamo fra le pieghe delle situazioni che raccontiamo, attraverso le emozioni che sintetizziamo. Noi siamo la vecchia perpetua da sempre innamorata del parroco, l’omicida che sta incubando nel bellissimo corpo della ballerina di lap dance, l’infallibile investigatore dalla vita sguaiata e dalla buona forchetta.

Abbiamo amato come una perpetua?
Ucciso come una ballerina?
È più probabile che ci sia capitato di entrare nelle osterie con la nostra buona forchetta piuttosto che d’indagare sguaiatamente su qualche caso di nera.
Quest’ultima iperbole non vale per il sottoscritto, io sono stato un campione delle indagini sguaiate… ma ehi, questa è un’altra storia, un altro post.

La storia che voglio raccontare oggi parla del raccontarsi. Ci siamo annodati sulle parole, ma è così. Il racconto del racconto.

Per chi è abituato come me a raccontare attraverso la fiction, non è facile raccontarsi. Siamo abituati a parlare ai lettori attraverso un’impalcatura, un palcoscenico fatto di parole, di paragrafi, pagine dove persino la punteggiatura può essere un attore di questo teatro; eppure, nello stesso tempo, è anche una briciola lasciata lungo il sentiero che porta al narratore dietro al narrato.

Per me tutto è cominciato quando dopo anni passati a riempire i miei taccuini di caratteri cuneiformi – più o meno in lingua italiana, – ho cominciato ad annoiarmi di me stesso, delle mie manie, dei miei problemi. Insomma del mio protagonismo.
Così ho pensato che c’era qualcosa di più, che potevo usare meglio questo strumento che avevo affinato col tempo. Potevo raccontare storie che interessassero davveroagli altri, non i travagli e gli indugi di un adolescente… vere e proprie epiche, con grandi eroi e grandi turbamenti. E grandi amori, anche.

Dopo anni mi accorgo che queste caratteristiche sono tipiche proprio dell’adolescenza. Chi più di un adolescente vive grandi cose?
Anni per capire che mi sbagliavo, che stavo guardando dalla parte sbagliata dello specchio.
Nessuno di noi è poco interessante. Non avrei mai potuto scrivere quello che ho scritto senza raccontare di me: i romanzi, la tv e il cinema che avete visto e quello che non vedrete mai (perché l’ho soltanto scritto e non è mai stato realizzato), non ci sarebbero stati senza la mia personale collezione di vita.

Uno scrittore efficiente non inventa nulla. Riscrive ciò che ha visto, quello che ha provato. Non risparmia un’emozione per il suo privato, non può permetterselo. Le prende, queste emozioni. Le apre e le disseziona per conoscerne i più intimi dettagli, i singoli minimali ingredienti. Poi, dopo averle studiate diligentemente, le archivia sotto categorie diverse e le conserva per i personaggi come dentro una grande biblioteca.

Usciamo allo scoperto

Hai bisogno di una pulsione omicida?
Fermati un attimo. Com’è la ricetta della pulsione omicida? Era qui un attimo fa… pagina 334.
Ecco. Serve rabbia, privazione sentimentale, mancanza di speranza…
E poi… Come la vuoi la pulsione omicida? Cioè, di chi stiamo parlando? L’omicida è un serial killer, è un ragazzino, un cecchino, un’infermiera? Per chi bisogna preparare questa emozione?

Già, è un archivio che abbiamo dentro. È popolato di volti, di brividi, sudori, sorrisi e storie che abbiamo vissuto, ma che abbiamo scomposto ai minimi comuni denominatori per poterne ricombinare gli ingredienti e utilizzarli a nostro piacimento.
Io ho amato come quella vecchia perpetua. Ho voluto uccidere come quella ballerina, o quantomeno ho provato le emozioni che ho descritto durante quell’azione.

“È uno scrittore di fiction”, è un modo molto, troppo specifico per definire un narratore. Non ci si può nascondere dietro ai personaggi e alle storie per sempre. Perché sono proprio loro a svelare la verità dietro le parole.
Le parole sono simboli che hanno bisogno di un contesto per acquisire un valore. Quel contesto è il risultato della sincerità dello scrittore. E non si tratta di essere espliciti e vomitare sulla pagina tutto quello che abbiamo dentro, quello sì che è tremendamente adolescenziale. La sincerità è il riuso di quelle emozioni, di quei sudori, di quei sorrisi davvero vissuti.

La linea di confine

Parlare apertamente di sé non è facile senza alzare il velo rivelatore di un personaggio.
Tempo fa ho fatto un esperimento piuttosto riuscito, volevo giocare con questa impossibilità di sfuggire al racconto di sé.
Ho scritto un romanzo breve che aveva per protagonista una versione letteraria di me stesso. Insomma volevo sapere che effetto faceva scrivere un romanzo su un tizio che mi somigliasse, che si chiamasse come me, che facesse il mio stesso mestiere, ma che fosse diverso, perché l’avrei trattato come tutti gli altri personaggi di cui ho scritto. L’ho fatto senza paura di farmi male, perché quello non ero davvero io, e quegli altri non erano davvero i miei amici, e quello non era davvero quello che mi era successo. Oppure sì, e questa era la domanda che mi ponevo durante l’esperimento. Il confine tra la realtà e il racconto dove sta?

Ogni individuo porta con sé una storia interessante

I narratori quasi certamente ne portano con sé più d’una, ma non è detto che la loro storia personale non valga la pena di essere raccontata. Forse è la meno interessante che possono raccontare, ma senza di essa non potrebbero raccontare tutte le altre.

Io vorrei condividere con voi le cose che sto imparando in questo viaggio che ho intrapreso – non so anch’io come chiamarlo, non ancora – e vorrei farlo nell’unico modo che posso: raccontandovi questa storia.
È un viaggio che mi sta portando a cambiare #prospettiva sul mondo, ancora una volta, e che mi ha reso un po’ più felice di quanto già fossi. Più grato. Più consapevole.

Calma, calma. Siamo solo all’inizio, e la magica arte delle storie ci insegna che all’inizio le cose non vanno poi così bene. C’è un equilibrio precario che regna tutt’intorno. Nuvole grosse e sature di tempesta si addensano all’orizzonte e si avvicinano, portate da un vento gelido che sembra sfidare gli occhi per restare aperti; perché forse non vorresti vedere davvero quello che sta arrivando.
All’inizio ci sono presagi di sventura e certezza di battaglia. C’è sempre “una selva oscura”.

Partiamo dall’inizio, allora. E alla base di ogni buona storia c’è sempre un conflitto.
La mia storia, come la vostra probabilmente, non è da meno.

 

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6 commenti Confessione

  1. Giorgio Buzzoni

    Grazie per questa bella confessione. Raccontarsi non è mai facile oggi più che sempre con tutte queste persone che invece se la raccontano.

  2. Angela Fantazzini

    Bravo Matteo! Hai tanto da raccontare di te stesso, perché sei molto ricco dentro

Basta commenti.