Adattare la paura
Nota Martedì 6 giugno 2017 ho avuto il piacere di partecipare all’evento ‘Paura sotto la pelle‘, questa è la trascrizione (arricchita) del mio intervento. Buona lettura.

che cos’è la paura

La paura è un’emozione primaria. È inalienabile, per gli uomini e per gran parte degli altri animali presenti su questo pianeta. A detta di alcuni, succede la stessa cosa in diversi quadranti dell’Universo, almeno per le forme di vita compatibili con la nostra.

La paura è impossibile non avercela.

Può essere generata, secondo il dizionario di Psicologia:

  • dalla previsione di un pericolo;
  • dal suo ricordo;
  • può essere prodotta dalla fantasia.
    E ovviamente può essere reale.

Immaginate di chiudere gli occhi. Ora chiudeteli. Immaginate di non riuscire più ad aprirli. Per quanto vi sforziate qualcosa vi tiene ferme le palpebre, ve le schiaccia, cosa sta succedendo?

C’è qualcuno là fuori?

La paura si nutre della nostra fantasia ed è uno dei primi strumenti del narratore.
Volete raccontare una storia con efficacia? Volete comunicare qualcosa agli altri in modo che vi ascoltino? Persino se volete vendere qualcosa a qualcuno o cercate un voto in politica dovete conoscere la paura.
Ho detto conoscere.
Se la paura la utilizzate per i vostri interessi, se lo fate in modo spietato e per manipolare gli altri… beh, siete persone orribili. Oppure siete degli scrittori. Le due cose in alcuni casi coincidono.

dove nasce la paura

Dove nasce la paura? Quante paure ci sono? E come riusciamo a diventare padroni della paura per portarla dalla carta allo schermo?

Io non sono uno psicologo, ma…
Per la psicologia – un tema che dovrebbe appassionare tutti i narratori, perché ci racconta come funzionano le nostre emozioni e i nostri sensi – esistono paure innate e paure apprese.

Una paura innata? Quella degli estranei, degli sconosciuti. E ancora la sopravvivenza della specie, il rapporto con la violenza, eccetera.

E le paure apprese? Sono estremamente soggettive, ma nel caso della narrativa si tratta di esperienze che raccontiamo una volta, e poi le raccontiamo ancora e ancora… Le rievochiamo con il risultato, al contrario di quello che si potrebbe pensare, di rafforzare la paura piuttosto che di farla passare, abituando chi sta leggendo il nostro libro o guardando le immagini del nostro film. Ma com’è possibile che ripetendo il racconto della stessa esperienza la sua prevedibilità non incida sul fruitore? In alcuni casi lo fa, ma il trucco è la variazione. Altrimenti perché continueremmo a guardare i film slasher? Perché Dario Argento è riuscito con lo stesso film ripetuto in piccole mirabili varianti a terrorizzare generazioni?

La paura nasce negli occhi, nelle orecchie… nei sensi dunque, e poi passa dal cuore e si ferma nel cervello, che invece non sta fermo un momento, raccoglie o rievoca le situazioni, anche situazioni che noi come narratori non raccontiamo affatto. Ci basta accennarle. Andarci vicino, alla paura.

Se io vi dicessi: “ricordatevi di quando il vostro primo animaletto domestico è morto, o di quando avete perso il primo grande amore.”
Se ora vi dicessi di non ricordarlo, quel momento, il povero Fido o quel piccolo grande amore… ehi, per il vostro cervello non farebbe alcuna differenza. Perché il cervello non riceve immediatamente le negazioni. Prima immaginerete il pericolo, la paura, e poi ci metterete una grande croce sopra.

Basta pochissimo. Basta la potenziale pericolosità di una situazione quotidiana e bam. La paura.

Gran parte della paura non nasce da quello che vediamo direttamente, ma da quello che non vediamo e immaginiamo solamente, grazie ai dati sensoriali e al potere dell’evocazione.
Per questo i film che fanno più paura non sono i film splatter, che ci infastidiscono e basta. Sono i film di tensione. E sono legati a tutt’altro che all’orrore, polo estremo della paura. È su questo aspetto che dobbiamo concentrarci quando riduciamo un’opera letteraria. Anche quelle più cruente.

la morte corre sul fiume

Andiamo al cuore della paura: i bambini.

“[…] i bambini giocano sulla spiaggia dei mondi, non sanno nuotare né sanno gettare le reti.” L’ha scritto l’immenso Rabindranath Tagore.

Dove c’è un bambino c’è il principio della vita, non c’è corruzione, c’è sogno e c’è una poesia infinita. Tutto è come nel Piccolo Principe di Saint-Exupéry. Certi bambini sembrano scesi giù dal cielo, da una stella lontana, e tutto quello che vogliono è che noi gli disegniamo una pecora. Ma non ci sono solo le pecore, in Natura. Ci sono anche lupi, e la fauna favolistica ci propone un modello fondamentale che non possiamo ignorare, quello del lupo cattivo.

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno”. Poi succede qualcosa, e il bambino si scontra con l’uomo, con il tempo che passa, con la percezione del mondo e il desiderio di dominarlo, con la morte che cerca di portargli via quello che ha conquistato.

Lì nasce la paura e arriva dal fiume il lupo cattivo. Arriva su un’auto, è appena uscito di prigione. Vuole prendersi tua madre e sostituirsi a tuo papà. E canta. Niente lo può fermare, perché i grandi si fanno ingannare dalle sue parole, dalle sue canzoni, ma tu che sei un bambino ti sei accorto delle sue bugie, l’hai visto bene che non sta cantando, ma sta ululando alla luna.

Vi sto raccontando La morte corre sul fiume, di Charles Laughton, con Robert Mitchum che interpreta un serial killer disegnato coi pastelli. Il film è tratto dal romanzo di Davis Grubb, The night of the hunter ed è stato sceneggiato dallo stesso autore, un perfetto soggetto per Tim Burton.

Ve lo cito perché leggere questo romanzo e vedere il film aiuta a capire cosa intendo io per ‘adattare la paura’.

Si tratta di una vera e propria indagine alla fonte di questo tema. La paura del bambino, quella che lo porta alla perdita dell’innocenza, è il contenitore di gran parte delle nostre paure.

Dalla stessa tensione, nella vita reale, nascono gli uomini.

adattare

Opera derivata, remake, trasposizione, traduzione… lo sentiamo chiamare in mille modi, sempre che qualcuno si ricordi che quel film è tratto da un’opera letteraria.

C’è un solo modo per definirlo però: adattamento può andare, ma per non scontentare nessuno meglio chiamarla RIDUZIONE. Perché per quanto ci possiamo sforzare non potremo mai restituire con le immagini le possibilità generate dalla fantasia di ciascuno di noi, che sono molteplici e impossibili da rappresentare tutte in una volta.

Quando scriviamo un romanzo noi facciamo solo la metà del lavoro. Tracciamo la mappa di un safari nel quale il lettore farà il suo viaggio.

Sarà il lettore a scegliere che cosa guardare, nel tragitto che gli indicheremo dal punto A al punto B. Sarà il lettore a decidere sotto quale albero sostare, quale animale fotografare, e ancora… il colore della maggior parte delle cose, il volto delle comparse e di molti protagonisti.

Dashiell Hammett non ha mai descritto Continental Op, sappiamo solo che era basso e tarchiato. Non sappiamo nemmeno il suo nome.

Il compito di un regista (e spesso della trimurti produttore – sceneggiatore – regista) è quello di fare il grosso del lavoro della nostra fantasia. Impossibile accontentare tutti! E non c’è niente di male, in questo, perché un film ci suggestiona e ci scatena emozioni attraverso modalità diverse rispetto a un romanzo. Si chiama interpretazione.

Bisogna identificare i punti in cui ciò che viene raccontato diventa universale, beh… il più universale possibile. Identificate i passaggi principali, analizzate la storia, mappate la drammaturgia, pesate i personaggi e le azioni con la bilancia da cocaina. Ehm, con la bilancia scientifica.

Grandi registi come Peter Jackson ci hanno provato, a non ridurre. Dura circa dodici ore la trilogia de Il Signore degli Anelli (versione estesa in Blu Ray). Dodici ore, ma voi sapete quante ore ho passato sulla trilogia di Tolkien la prima volta che l’ho letta, a quattordici anni? Sei mesi, per due ore al giorno… sono più di trecentosessanta ore. E quei mesi mi hanno cambiato, mi hanno cresciuto, mi hanno portato a fare delle scelte. Cosa sono dodici ore in confronto a sei mesi? E quello non è il mio Legolas! Legolas era completamente diverso, nella mia testa, durante il mio safari.
Insomma, mettete da parte l’ansia da prestazione, adattare è una responsabilità e un’interpretazione.
Non abbiate paura, almeno voi.

il corpo

Philip Roth ha scritto ne Il complotto contro l’America che “nessuna infanzia è priva di terrori”. Sommiamo questa frase a un altro assioma, che “la vita di un uomo è un cerchio, dall’infanzia all’infanzia”. Saggezza di Nicholas Evans, lo scrittore che faceva sussurrare ai cavalli… e bam. È fatta. Siamo di nuovo qui, nel mondo della paura.

Se volete imparare come adattare la paura, bussate alla porta di Stephen King, uno degli scrittori più importanti della seconda metà del novecento del secolo scorso. Genio del polpettone, maestro della trama. Le sue storie fanno così effetto. Come mai gli adattamenti dai suoi romanzi funzionano così tanto?
Il segreto ce l’ha svelato Roth, lo avete già capito.

L’infanzia, bambini.

Rob Reiner ha adattato in maniera raffinata una delle operazioni più letterarie di King. ‘Il corpo’, titolo originale da cui Reiner ha girato ‘Stand by me’ (1986), che è un racconto tratto dall’antologia ‘Stagioni Diverse’ sulla fuga da Castle Rock di quattro dodicenni in cerca del cadavere di un loro coetaneo travolto da un treno. Il richiamo all’avventura, la citazione costante di Twain, la fuga dal mondo comune della piccola cittadina, dal controllo dei genitori. Il pretesto ideale per una storia di formazione che mette a nudo questi ragazzi. Li spoglia della loro infanzia, li mette di fronte alle loro paure chiedendogli di diventare uomini, e poi li riveste con le loro magliette sudicie. Riguardatelo. I nuclei narrativi vengono spostati per riadattarli ai ritmi della pellicola senza mai stonare. Vengono arricchiti gli snodi drammaturgici, e il film più del racconto diventa una grande storia di formazione.

paura e sentimento

Ecco dunque il mio suggerimento alla fine di questa breve chiacchierata. Volete adattare la paura?
Non c’è niente di più universale, condiviso, e condivisibile della paura. Non leggete i giornali?

Per farlo, però, ricordatevi dove nasce la paura, ricordatevi quanto è importante renderla implicita, e passate sempre dal cuore.
Paura e sentimento.

Quando scrivete di paura fatelo sempre con il bambino che è in voi seduto accanto. Se la storia che gli state raccontando lo spaventa, allora va bene. Abbracciate il bambino e andate fino in fondo alla paura.